Aggiungi un posto a tavola…
Ma solo se tu, straniero in Islanda, vuoi davvero capire.

Testo e foto di Ada Grilli

Gli islandesi non offrono molte occasioni per capire e forse va bene così. Innanzitutto sono di poche parole e parlano questa lingua che pare il gramelot di Dario Fo. Poi come potrebbero dare una valida ragione per mangiare testicoli di montone e pescecane fermentato alla festa di Thorrablot? Meglio tenere tutto per sé, non farsi troppo montare la testa dalle stime di crescita del turismo che fanno venire il capogiro e se qualcuno proprio volesse, beh allora, velkommin! Te lo dicono con un bicchiere in mano, una cosa che dà sempre sicurezza anche ai summit dei grandi e, se dimostri di voler umilmente capire, allora ti aprono gli scrigni delle loro tradizioni e ti regalano anche il cuore. Non come frattaglia da mangiare questa volta, ma nel senso di sincerità e di serietà con cui la gente di luoghi piuttosto isolati si concede dopo mesi, forse anni, di contiguità e resistenza nei loro ambienti duri.

E l’Islanda è dura da vivere e perciò la gente è introversa e alquanto sospettosa e allora ci vuole un po’ di sensibilità e attenzione anche nell’esprimere il gradimento o meno dei loro cibi antichi. Ed è questo il punto.
I testicoli di montone sono certamente un cibo dei tempi della fame – tanti, lunghi, duri davvero – e il pescecane fermentato pure. La terra e il mare non mettono a disposizione solo cibi da signori come i filetti e le aragoste, ma anche frattaglie (ma i testicoli sono poi frattaglie? mai trovati in questa famiglia di parti povere degli animali da fattoria) e pesci dannatamente velenosi come lo squalo.

Nei tempi della fame e, similmente all’utilizzo del maiale nei nostri paesi centro-mediterranei, nemmeno i testicoli si dovevano scartare e allora, eccoli pressati, ricoperti di siero di latte, lasciati a macerare fino a diventare una sorta di tenerissimo e delicato paté e poi tagliati a fettine. Si mandano giù senza troppo pensarci, come si faceva con le cervella e le animelle di vitello negli anni ‘50 e ‘60. Non che si mettano in tavola tutti i giorni- i poveri montoni hanno anche la sacrosanta missione di contribuire alla perpetuazione della specie ovina- ma al Thorrablot non possono mancare. E se ci si trova là, con una certa nonchalance, ci si serve di tutto dai piatti di portata e solo verso la fine della cena si può osare commentare con un palla ancora infilata nella forchetta “ delicious, what’s that?”.

Quanto al pescecane fermentato – per settimane in una buca ricoperta di sabbia lavica ghiaia e pietre e dove finalmente espelle i veleni che per tutta la vita non è stato capace di eliminare ma poveretto, il buondio si era dimenticato di fargli i reni! – non c’è bisogno di chiedere, perché il forte odore di ammoniaca lo tradisce in mezzo a tutte le altre prelibatezze del Throrrablot. Si mangia quasi con distrazione, come un bocconcino di parmigiano o un’oliva ad un aperitivo, magari affogato in un pezzo di pane geyser (cotto anch’esso in una buca al vapore di madre natura, questo sì una goloseria!), oppure in un sorso di birra (anche questa fantastica con l’acqua che offre il Paese).

Tutto ciò cantando inni con molta passione e intonazione e ridendo di sano gusto alle prese in giro dei compaesani, ben orchestrate dal Comitato feste del Thorrablot e poi ballando in qualche modo, o per lo meno ondeggiando con tanto alcohol in corpo (tutto quello che si è riusciti a portarsi dietro alla festa nelle buste di plastica o nei frigo da campeggio). E’ il mese di Thorri e la festa – che si fa un po’ dovunque intorno alla fine di gennaio, anche nelle valli più sperse dove si riesca ad avere una palestra, un capannone, uno spazio dove mettere giù tavoli e sedie come ai festival dell’unità – vuole ricordare il periodo più duro dell’inverno nell’antico calendario islandese che dedicava i mesi alle divinità cosiddette pagane. Perciò è qui e non a Carnevale che vale il detto “semel in anno licet insanire”.

Thorri rappresenta il quarto mese e va da metà gennaio a metà febbraio e nella mitologia norrena era il nome del dio del tuono, del freddo e del gelo a cui molto probabilmente si offrivano sacrifici per scongiurarne la clemenza. Il cristianesimo ha poi cancellato tutto, la divinità, il calendario e i sacrifici lasciando ovunque la flebile traccia del sacrificio dell’agnello (ma solo a Pasqua, e senza troppo turarsi il naso di fronte ai macelli industriali e alle stragi di varie specie animali sacrificate al dio-supermarket).

Ecco perché ammiro Hrafdnis, Halldor, Elsa e gli altri del comitato Thorrablot di un villaggio di 200 abitanti che per mesi e mesi, e senza troppi tabù, preparano il loro Thorrablot per quasi 300 compaesani e amici dei compaesani.
Grazie amici per avermi accettata tra di voi, discendenti di Thor!

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A Svalbardseyri, 8km da Akureyri, sulla sponda est del fiordo Eyafjordur c’è un hotel, una chiesetta, una piccola scuola, un faro, alcune aziende di lavorazione del pesce. Non c’è un bar… Per la data del prossimo Thorrablot 2017 chiedere a Hrafdnis hrba@mail.holar.is, o a Halldor halldorarin@gmail.com.
Per altri Thorrablot nel nord dell’Islanda conviene informarsi nei locali pubblici piuttosto che negli uffici informazione turistici.

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